marionette alla riscossa, keynesismo cialtrone.

dal blog  marionette alla riscossa riporto un articolo molto centrato e una discussione appena avviata. non riuscendo, per misteriosi motivi a ripubblicarlo sulla mia pagina twitter, spero almeno di riuscire a ripubblicarlo da qui.

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Democrazia bloccata e Keynesismo cialtrone

L’immobilismo del governo Letta rende evidente il fatto che ci troviamo a vivere in una democrazia “bloccata”; intrappolata in una fitta rete di interessi particolari e di rendite di posizione ben rappresentati a livello politico,  i quali si sono originati e sono stati alimentati nel tempo dai circuiti della spesa pubblica o, all’opposto,dall’inerzia dell’intervento statale.
Si pensi, ad esempio:

  • ai professionisti della politica che hanno occupato ogni livello di governo, sempre pronti a compiacere i salotti buoni e le clientele elettorali;
  • ai milioni di pensionati trincerati dietro i propri “diritti acquisiti”, che se la passano meglio dei lavoratori che faticosamente gli stanno pagando la pensione;
  • alle inefficienze, alla complessità e opacità della pubblica amministrazione, che resistono ad ogni tentativo di riforma;
  • all’evasione fiscale;
  • ma anche alla tolleranza rispetto allo sfruttamento continuativo del lavoro precario e, più in generale, al disinteresse rispetto all’obiettivo di una più equa ripartizione dei profitti delle imprese (quelli che non vengono reinvestiti) tra la proprietà ed i lavoratori.

Una politica economica definibile come “Keynesismo cialtrone”, in cui l’indebitamento pubblico è servito storicamente a finanziare un mix di spesa pubblica largamente improduttiva e clientelare, di evasione fiscale e di interessi passivi (alla faccia dell’eutanasia del rentier invocata da Keynes).

E come altro si può definire una politica che per 25 anni di seguito, tra il 1965 ed il 1990, ha acconsentito che lo Stato continuasse ad avere una spesa primaria (al netto degli interessi) sistematicamente maggiore a quanto incassava in tasse, facendo esplodere la spesa per interessi e portando il debito pubblico a superare il 120% del PIL nel 1994 …

… e che, successivamente, tra il 2001 ed il 2006, ha dilapidato i risparmi ottenuti sulla spesa per interessi grazie all’adozione dell’Euro ed al ciclo di riduzione dei tassi internazionali, perdendo così la grande occasione per rimettere il Paese in carreggiata ?

Una politica finalizzata a sostenere surrettiziamente il livello dei consumi al tempo presente (= consenso elettorale); senza alcuna lungimiranza; senza alcun rispetto per le nuove generazioni di lavoratori che si sarebbero trovate una montagna di debiti da saldare e pochi investimenti realizzati per modernizzare un sistema produttivo che continuava a reggersi sulla competitività di prezzo: mancati investimenti in istruzione, nella ricerca e nelle infrastrutture, carico fiscale crescente su lavoro ed energia, burocrazia, incertezza del diritto, e così via …

Una politica che ha premiato e ulteriormente incentivato i peggiori comportamenti sociali: pressioni di lobby e categorie, clientelismo locale, infedeltà fiscale diffusa, irresponsabilità e negligenza di dipendenti statali trincerati dietro ad un muro di diritti.

Una politica che, nella sua componente di spesa pubblica, è stato difeso a spada tratta da partiti di sinistra e sindacalisti, che pensavano di coniugare così l’ideale di equità distributiva e la difesa comoda delle proprie basi elettrorali, senza più bisogno di confrontarsi con quella “scocciatura” fuori moda della lotta di classe tra capitale e lavoro …

 e che invece ha finito per rendere l’Italia il secondo paese europeo per livello di disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, dietro solo alla Gran Bretagna, con una ricchezza sempre più concentrata nelle mani della popolazione più anziana!

Giudicando da questi esiti, c’è onestamente ben poco della ricetta Keynesiana di una politica fiscale intesa a correggere in senso più egualitario la distribuzione del reddito e della ricchezza, combattere le rendite finaziarie e promuovere la socializzazione di quegli investimenti che l’impresa privata non è in grado di effettuare da sola.

Giunti a questo punto, gli intellettuali sedicenti di sinistra che “la sanno lunga” (come i vari Bagnai e Co.) ci spiegheranno con sussiego che è tutta una mistificazione e che in realtà siamo stati vittima di una sorta di controrivoluzione che le classi dominanti hanno ordito ai danni dei lavoratori alla fine degli anni Settanta. Una controrivoluzione scandita dall’adesione dell’Italia allo SME (Sistema Monetario Europeo); dal divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia che ha impedito il finanziamento del disavanzo statale mediante emissione di moneta; dal progressivo smantellamento della scala mobile per favorire il contenimento dell’inflazione; etc.

Ebbene, chi lo nega? Lo scenario europeo di stabilizzazione monetaria e l’incremento dei tassi di interesse reali (a livello mondiale) hanno messo in discussione i presupposti macroeconomici su cui si reggeva la competitività delle nostre produzioni (inflazione interna + svalutazione esterna) e reso più oneroso il servizio del debito pubblico. Ma nella storia di un Paese (come nella vita personale di tutti i giorni) non si può cambiare a proprio piacimento il contesto in cui ci si trova ad operare; e pertanto: o si adeguano le proprie politiche per perseguire al meglio i propri obiettivi compatibilmente con tali vincoli, anche se ritenuti ingiusti; oppure si deve essere pronti ad accettare le conseguenze nel caso in cui si decida di ignorarli tirando avanti per la propria strada.

Il concetto appare chiaro quando si confronti il percorso seguito dall’Italia con quello degli altri Paesi industrializzati. Negli anni Ottanta i tassi di interesse reale sono aumentati in tutti i Paesi, ed anzi in Italia si sono comunque mantenuti i più bassi in assoluto: com’è allora che il nostro Paese è stato l’unico a uscire dagli anni Ottanta con un debito pubblico fuori controllo ed una pesante ipoteca sul futuro ? Come è potuto succedere? Tutti imbelli ed imbecilli i popoli degli altri Paesi che si sono adattati al nuovo contesto adottando una politica fiscale restrittiva, mentre da noi, in nome della coerenza agli ideali di giustizia sociale (professati a proprio vantaggio), si è continuato a spendere una ricchezza non creata ma solo presa a prestito, scaricando il conto sulle generazioni future ?

L’interpretazione data dai nostri “guru” di sinistra, secondo cui l’esplosione del debito pubblico negli anni Ottanta sarebbe stata provocata essenzialmente dalla crescita dei tassi di interesse, è ammissibile solo partendo dal presupposto che il disavanzo primario dello Stato dovesse essere mantenuto sugli stessi livelli degli anni Settanta.

Si tratta più che altro di una tesi di comodo, che semplicemente giustifica l’inerzia della politica fiscale di fronte allo sfascio dei conti pubblici denunciando l’ingiustizia dei nuovi vincoli posti alla nostra sovranità dal mutato contesto internazionale. E’ un pò come se nella storia della cicala e della formica, la cicala cercasse di ribaltare la morale tradizionale, dando la colpa della propria sorte all’arrivo dell’autunno! Un modo facile di professare i propri principi di equità redistributiva, arrogandosi il diritto di continuare per anni a consumare nel presente risorse che non ci si è neanche presi la briga di riscuotere con le tasse, ma soltanto di prendere a prestito a tassi sempre più onerosi.

Ma questa dell’esplosione del debito pubblico è ormai storia …
Quali sono state le tappe successive che ci hanno condotto a questa nuova crisi finanziaria ?

1) innanzitutto la globalizzazione ha progressivamente ridistribuito lavoro e reddito in giro per il mondo, penalizzando le produzioni a basso livello di tecnologia-conoscenza ove ci eravamo(forzatamente) specializzati;

2) il vincolo esterno imposto dall’adesione all’Euro, ci ha impedito di manovrare il cambio per cercare di recuperare la competitività di costo erosa dalla bassa crescita della produttività, dai differenziali di inflazione e dal carico fiscale;

e infine …

3) lo scoppio della bolla del debito (estero), che ci ha permesso di vivere al di sopra delle nostre possibilità (si intende da un punto di vista “macro”, dei disavanzi accumulati nella bilancia dei pagamenti) senza accorgerci dell’arretramento delle nostre produzioni sui mercati internazionali.

E così siamo arrivati all’oggi. Quello che colpisce è che di fronte a cotanto scempio il teatrino della politica non abbia mai smesso di funzionare: una ridda di dichiarazioni e bei proclami, battibecchi e polemiche sterili, provvedimenti annunciati e cifre farlocche che hanno il sapore di pietose bugie … tutto con l’effetto di intorpidire le coscienze e assuefarle ad una prospettiva di lento declino.

A tale proposito, riporto un articolo di Salvatore Merlo, tratto dal sito LINKIESTA del 29.08.2013 che ben coglie, nella vicenda relativa all’abolizione dell’IMU, il segno della nostra “democrazia bloccata”.

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Bortocal 15 settembre 2013 21:32

condivido completamente, parola per parola, l’analisi iniziale che dà voce organica a una serie di rfilessioni anche mie che ho sparso nel mio blog in maniera più frammentaria.

(ti segnalo solo un piccolo lapsus di battitura, perché l’occhio estraneo li vede iù facilmente dell’autore: Una politica che, nella sua componente di spesa pubblica, è stato difeso…).

seconda parte: “gli intellettuali sedicenti di sinistra che “la sanno lunga” (come i vari Bagnai e Co.)”: io non sono mica sicuro che Bagnai, che ha una cultura certamente leghista e nazionalista come sfondo culturale, si definisca di sinistra… (ma forse sono disinformato, oppure troppo animoso… :)).

“Lo scenario europeo di stabilizzazione monetaria e l’incremento dei tassi di interesse reali (a livello mondiale) hanno messo in discussione i presupposti macroeconomici su cui si reggeva la competitività delle nostre produzioni (inflazione interna + svalutazione esterna) e reso più oneroso il servizio del debito pubblico”.

io sarei stato molto più cattivo con queste tesi, che assomigliano al famoso detto della nonna con le ruote che poteva essere una carriola, e rivendicherei con più nettezza la positività dell’ingresso nell’euro come tappa fondamentale per tentare di modernizzare il paese.

purtroppo la gestione successiva è stata nelle mani prima della sinistra dalemiana, che si è sbarazzata di prodi, appena realizzato l’ingresso nell’euro, e poi della destra berlusconiana, con i risultati catastrofici di dissipazione di questa straordinaria opportunità che hai messo in evidenza prima…

purtroppo, occorre dire che effettivamente il ventennio berlusconiano, a parte le due brevi parentesi prodiane e quella di Monti, è stato caratterizzato da una alleanza strategica fondamentale tra sinistra e destra, che il governo Letta, propaggine altrettanto devastante di quel progetto e sua logica conclusione, sta portando ad estenuazione.

come vedi condivido sostanzialmente proprio tutto: vorrei solo evidenziare un’altra continuità fra destra e sinistra nella macropolitica economica per affrontare la crisi: la riduzione della spesa sull’istruzione, che è evidentemente una specie di suicidio programmato.

ma che cosa possiamo fare per diffondere una analisi onesta come questa e opporci in modo un poco più organizzato alla deriva fra falsa sinistra, destra egemone e grillismo, che confusamente coglie alcuni aspetti del problema (almeno), ma in un quadro insopportabile di confusione populista?

e come sfuggire al problema che per raddrizzare questa situazione è impossibile non passare attraverso qualche forma di governo autoritaria?

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