il ribelle: inflazione e svalutazione.

prosegue, sempre qui, a casa sua, il dibattito col blogger Sendivogius e col commentatore Il Ribelleiniziato nel post precedente.
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e questa parte riprende con questa mia domanda a Sendivogius:
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scusa la domanda da profano, ma non è questa gestione puramente finanziaria del problema del debito la premessa certa di una più grave crisi futura?
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Da persona ancor più profana in materia, mi permetto di rispondere al tuo quesito con una ulteriore considerazione…
Non credo che il problema sia la creazione di nuovi fenomeni inflazionistici: l’Inflazione è l’ossessione dei Monetaristi e la bestia nera degli economisti neo-classici, ma per l’appunto è uno spauracchio, una specie di bau-bau ideologico. Di inflazione si sopravvive; di stagnazione NO.
Si parva licet componere magnis, l’Impero Romano convisse con una inflazione spaventosa, accompagnata da costanti deprezzamenti della moneta, per oltre 400 anni della sua lunga esistenza. Ma non fu l’inflazione a schiantare l’Impero.

Chiusa la breve ed ennesima digressione, ad ogni modo, il vero problema implicito nella politica monetaria di Draghi non è l’inflazione, ma il costante rischio di cadere nella cosiddetta“Trappola della liquidità”, che da ignorante quale sono credo che Draghi stia cercando di evitare con una sorta di variante europea al fortunato “quantitative easing” della FED, aggirando i veti rigoristi della Germania, e ulteriormente incoraggiato dai (presunti) segnali di ripresa del mercato.
In caso dovessero insorgere fenomeni inflazionisitici, è lecito pensare che Draghi ricorrerà alla c.d. “Equazione di Fisher”.

Ma io ho una formazione prevalentemente umanistica e quindi le mie supposizioni lasciano davvero il tempo che trovano.

ci sono due tipi di inflazione, a mio parere: quella puramente monetaria, dove è la moneta che si svaluta, ma la disponibilità delle merci rimane invariata; in questo caso l’inflazione agisce soprattutto come fattore di redistribuzione del reddito fra classi sociali diverse, ma – a parte le sofferenze di alcuni – non altera in maniera sostanziale il livello generale della vita sociale.

ma esiste anche l’inflazione determinata da una carenza di merci: quella ad esempio che sta devastando i poveri dell’India o di altri paesi ora detti emergenti e non più Terzo Mondo, per la corsa al rialzo dei costi dei prodotti agricoli, cioè del cibo – rialzo di valore reale, non monetario, e dovuto non ad una carenza vera di produzione agricola, ma allo spostamento di una parte di questa verso i carburanti oscenamente definiti “biologici”, ma sarebbe meglio che li chiamassimo bio-illogici.

quale di questa inflazione ha davanti il nostro mondo?

io credo la seconda più che la prima, e quindi sono assai più preoccupato di te.

la mia interpretazione generale della situazione attuale è che essa ha delle radici strutturali, non semplicemente monetarie, come si dice di solito.

qui mi fermo, per non superare la decenza nelle dimensioni del commento; tuttavia è da questa domanda che occorre partire: perchjè allora, se la crisi è prima economica e poi finanziaria, allora è evidente che le politiche monetarie riescono a gestire e ad attutire qua e là gli effetti della crisi, ma non a risolverla.

come mi pare che stia in effetti avvenendo.

senza considerare poi che neppure Keynes riuscì a dare davvero una risposta alla crisi degli anni Trenta e servì la seconda guerra mondiale a rimettere in moto il meccanismo.

il che ci riporta al tema iniziale: occorre una grande distruzione di ricchezza per uscire davvero da una grande crisi e rimettere in moto un meccanismo inceppato.

o lo facciamo senza spargimento di sangue, appunto con la cancellazione dei debiti, anche se le conseguenze saranno comunque socialmente molto pesanti, oppure la guerra resterà l’unica prospettiva, se la crisi dovesse aggravarsi ancora un po’.

già, la guerra risolutiva, perché riduce la popolazione e ristruttura radicalmente la domanda.

sperando, ovviamente, di sbagliarmi.

🙂 E’ molto “rassicurante” sapere che la nostra attuale depressione economica non è determinata dall’esplosione dell’inflazione, né da una carenza di merci, ma da una sovrapproduzione cartacea di titoli al portatore e movimentazione di denaro fittizie, tramite l’impacchettamento obbligazionario di crediti allo scoperto (CDO) e la contro-emissione di titoli di garanzia sul debito (CDS)…!

è proprio di questo che non sono convinto, però forse potrai illuminarmi.

l’ho argomentato più ampiamente nel commento qui sotto al nostro interlocutore Ribelle; ti cito soltanto un passaggio:

“rimane dunque da valutare la correlazione del tutto sottovalutata, per non dire nascosta dal pensiero economico ufficiale, fra i fenomeni monetari e i fenomeni strutturali; personalmente ritengo che non sarebbe esplosa nessuna crisi monetaria se gli ambienti finanziari avessero potuto continuare a contare su una espansione facile della produzione.

la coincidenza tra picco della produzione del petrolio e apertura della grande crisi non è affatto casuale, penso io, che in questo mi sento ancora un poco paleo-marxista”.

naturalmente, dato che si tiene un blog nella migliore delle ipotesi anche per imparare, e in qualche raro caso ci si riesce, mi interessa la tua opinione su questa mia convinzione eterodossa.

credo tuttavia che il pensiero economico ufficiale sia tal ente condizionato dalla deriva finanziaria del capitalismo da non avere neppure più gli strumenti mentali per guardare al mondo della produzione come base di tutto, come insegnava il vecchio Marx.

“ci sono due tipi di inflazione, a mio parere: quella puramente monetaria, dove è la moneta che si svaluta, ma la disponibilità delle merci rimane invariata; in questo caso l’inflazione agisce soprattutto come fattore di redistribuzione del reddito fra classi sociali diverse…”

Non vorrei apparire nei tuoi confronti pignolo e antipatico (anche perché mi ispiri una certa simpatia) ma NON è così.

La svalutazione è una cosa l’inflazione è un’altra. Sono legate, il più delle volte in modo proporzionale e monotono, ma MAI in modo lineare.

Tanto per fare chiarezza, la svalutazione della moneta è direttamente proporzionale all’impoverimento della nazione tutta e non ha niente a che vedere con la redistribuzione.

I paesi a valute deboli sono spesso preda di imprenditori in cerca di manodopera a basso costo, più la valuta è debole più il paese è povero più ci guadagna l’imprenditore a spese del lavoratore.

A volte la svalutazione nei paesi industrializzati è necessaria per far ripartire economie stagnanti ma è un parametro difficile da controllare che può dar luogo a fenomeni di controreazione positiva dell’inflazione (iperinflazione) e fortissima instabilità economica.

L’inflazione impoverisce le classi più deboli a reddito fisso (operai e impiegati) e viene gestita, la maggior parte delle volte (quando non c’è iperinflazione), senza troppi problemi da imprenditori e commercianti.

Per fare ulteriore chiarezza, l’Italia non ha mai fatto svalutazioni competitive, ma ha SEMPRE subito le svalutazioni di una Liretta molte volte troppo instabile e debole nel contesto internazionale. E questo anche durante periodi di discreta produttività industriale.

Una inflazione contenuta e controllata è necessaria, per come è strutturata l’economia, ma una perdita di controllo da parte della stessa crea delle conseguenze a volte irreversibili.

Mi sa che ti toccherà spiegarlo soprattutto ai fans di Bagnai e della Undiemi…

Il Ribelle novembre 1, 2013 a 01:52

No…la Undiemi no…ti prego…non me la dovevi nominare…

ora che lo hai fatto, passerò tutta la notte in cerca di siti, blog e post dove sputtanarla!!!!! 🙂

non per fare il contro-pignolo (parte che mi riesce benissimo, di solito), dato che mi ispiri una certa simpatia anche tu, se non altro per il nome, dato che non conosco altro di te…

non mi hai affatto messo in crisi con le tue osservazioni, anzi: hai addirittura dato due nomi diversi ai due fenomeni economici che mi pare che la vulgata confonda sotto l’unica definizione di inflazione e che stavo cercando di distinguere anche io.

quindi ti seguo volentieri sulla tua strada, anche perché conduce a dimostrare l’inconsistenza delle tesi di Bagnai (ma ci tornerò), che fa venire i brividi pensare che insegna in una università italiana…; quanto alla Undiemi, confesso che non ne ho mai sentito parlare, ma mi informerò, quando mi sentirò lo stomaco abbastanza forte per farlo – viste le vostre reazioni al solo sentirla nominare…. :).

ma torniamo a noi due: tu parli di “svalutazione della moneta”, direttamente proporzionale all’impoverimento della nazione tutta” e la contrapponi all’inflazione; è quella che io definivo “l’inflazione determinata da una carenza di merci”, dato che credo che l’impoverimento reale, oggettivo si misuri soprattutto dalla minore disponibilità oggettiva di merci.

e questa può avere due cause: una è quella di cui parli tu, una “svalutazione nazionale”, cioè un impoverimento relativo di quella nazione rispetto ad altre; ed è un meccanismo che hai illustrato benissimo; diciamo di più è il meccanismo chiave con il quale nei decenni passati sono state tenute sotto controllo economico le ex-colonie, definite Terzo Mondo, da parte delle ex potenze colonizzatrici o comunque dall’Occidente imperiale.

in base alla legge della domanda e dell’offerta di merci, la maggiore domanda dei prodotti industriali e tecnologici di cui l’Occidente aveva l’esclusiva, determinava una parallela svalutazione, come merci, delle materie prime prodotte dalle ex-colonie e consentiva la prosecuzione del colonialismo sotto altre forme.

Assolutamente vero.

bortocal novembre 1, 2013 a 06:19

(per inciso è questa situazione che ormai è cambiata nel rapporto fra Occidente e resto del mondo, salvo che per paesi molto piccoli e fragili, e facili da continuare a tenere sotto controllo, come quelli del mondo arabo, ad esempio; e la fine del neo-colonialismo economico è certamente un fattore importante della crisi attuale del mondo occidentale).

ma un secondo impoverimento oggettivo può essere mondiale e relativo a determinati prodotti – fatto inedito e dunque non molto presente alla teoria economica.

ad esempio, se si è raggiunto il picco della produzione del petrolio e si riesce a far fronte alle esigenze del mercato solo con lo sfruttamento più costoso degli scisti bituminosi, questo determina un impoverimento generale di tutte le valute mondiali. primariamente rispetto ad un bene che tende potenzialmente a rarefarsi, ma poi a cascata per tutte le merci che indirettamente lo usano, anche solo per circolare ed essere vendute.

se l’incremento quasi generale e incontrollato della popolazione aumenta le esigenze di cibo, mentre la produzione agricola si sposta verso i combustibili bio-(il)logici, per fare fronte in qualche modo alla crisi petrolifera che si profila, questo determina una crisi alimentare che produce una svalutazione tendenziale di tutte le monete del mondo.

Il Ribelle novembre 2, 2013 a 00:28

Questo non è possibile. La svalutazione è sempre relativa. Di solito si relaziona agli USD.

bortocal novembre 1, 2013 a 06:19

se la disponibilità di fosfati, fondamentali per la produzione di concimi e dunque per sostenere i livelli attuali di produzione agricola, appare limitata a un paio di decenni ai ritmi di produzione attuale, e questo delinea una carestia alimentare drammatica a non lontanissima scadenza, tutto questo è “svalutazione della moneta” o anche “svalutazione delle monete” nel loro insieme.

dal punto di vista del consumatore l’aumento dei prezzi si presenta come “inflazione” ed è difficile distinguerlo dalla “inflazione a cause puramente monetarie”, che dipende invece dalle condizioni strutturali della moneta in uso in quanto tale; tuttavia il fenomeno di base è completamente diverso, come stiamo dicendo entrambi.

nel secondo caso l’inflazione dipende da un eccesso relativo di stampa di carta moneta da parte dell’autorità che la emette, nel secondo caso i prezzi crescono anche se la moneta circolante si mantiene stabile.

questo significa che l’inflazione, in parte fisiologica necessaria nella struttura economica attuale, si regola e controlla con strumenti monetari, ma la svalutazione no: la politica monetaria può regolarne e attutirne gli effetti, ma non risolvere le cause.

Il Ribelle novembre 2, 2013 a 00:28

Perfetto, qui abbiamo una sintonia al 100%.

bortocal novembre 1, 2013 a 06:19

dato che sono strutturali e si risolvono, semmai, se è possibile, nel mondo della produzione, non nel mondo della moneta, nel reale e non nel virtuale.

rimane dunque da valutare la correlazione del tutto sottovalutata, per non dire nascosta dal pensiero economico ufficiale, fra i fenomeni monetari e i fenomeni strutturali; personalmente ritengo che non sarebbe esplosa nessuna crisi monetaria se gli ambienti finanziari avessero potuto continuare a contare su una espansione facile della produzione.

la coincidenza tra picco della produzione del petrolio e apertura della grande crisi non è affatto casuale, penso io, che in questo mi sento ancora un poco paleo-marxista.

ma se questa analisi è vera (e chissà se lo è), questo allora significa che la crisi attuale non è affatto passeggera, ma strutturale, irreversibile, anzi destinata a continuare e ad aggravarsi,

Il Ribelle novembre 2, 2013 a 00:28

Non la sa neanche il padre eterno. Quello che dici tu è teoricamente possibile e forse avverrà.

A mio avviso i dati a disposizione, i modelli matematici e le teorie a supporto, non riescono a fornire dati sufficientemente attendibili ed accurati, per giungere ad una simile conclusione.

bortocal novembre 1, 2013 a 06:19

e che rappresenta il nuovo quadro concettuale al quale il pensiero economico dovrà adeguarsi, sostituendo l’economia dello sviluppo illimitato che lo ha finora caratterizzato ingenuamente, con l’economia del declino necessario.

Il Ribelle novembre 2, 2013 a 00:28

Qui ci allontaniamo nuovamente come pensieri ed idee.
Facciamo chiarezza su altro punto. Quando sento i cazzari Grillini o altri che parlano che asseriscono che “Il PIL non può crescere all’infinito” stanno sparando una cazzata colossale. L’aumento del PIL non è necessariamente legato ad un aumento di ricchezza e produzione.

Qui, di nuovo, interviene l’inflazione buona, quella necessaria a mandare avanti la baracca. Facciamo un esempio. Se nel nuovo anno rispetto al precedente abbiamo un tasso di inflazione al 3%, seguito ad un adeguamento contrattuale dei soggetti a reddito fisso ed un indice di produttività industriale e commerciale esattamente uguale a quella dell’anno precedente (trascuriamo per un istante la bilancia commerciale), avremo un aumento del PIL del 3%. Siamo più ricchi? NO!, siamo più poveri? NO! Stiamo sfruttando di più il pianeta? NO! Eppure il PIL è cresciuto. L’aumento di prosperità e ricchezza del paese di misura AL NETTO DELL’INFAZIONE. Per esempio la Cina ed il Brasile si stanno arricchendo di anno in anno.

Concludendo:
Il PIL può crescere all’infinito? SI
Vuol dire che si ha sviluppo illimitato? NO

Così funzionano le nostre economie moderne.

bortocal novembre 1, 2013 a 06:19

poi ci sta l’inflazione vera e propria, quella che si svolge rigorosamente all’interno di un’area monetaria e che agisce come elemento interno di ri-distribuzione del reddito tra le classi sociali; ma ne hai già parlato bene tu e non ho altro da aggiungere a quello che hai detto.

Sendivogius novembre 1, 2013 a 17:42

Premetto che il problema attuale e concreto che il sistema economico (e soprattutto l’economia europea) si trova a dover affrontare in questo momento NON è affatto l’insorgere dell’inflazione (ai suoi limiti storici) bensì il suo esatto contrario: la DEFLAZIONE; ovvero una diminuzione incontrollata e crescente dei prezzi dei beni al consumo, legata ad una progressiva perdita di acquisto dei salari. Perdita legata a due ragioni principali: contrazione delle retribuzioni e alti livelli di disoccupazione.

Sostanzialmente, è una risposta alle classiche leggi della domanda e dell’offerta: ad una offerta costante (o addirittura crescente) di merci non corrisponde una domanda proporzionata dei potenziali acquirenti. Ergo, i prezzi decrescono sempre di più; si genera quello che è (anche marxianamente) conosciuto come surplus di merci. Quindi, le industrie sul lungo periodo non hanno più interesse né convenienza a produrre merci che rimangono invendute; bloccano o riducono la produzione (quindi maggiori licenziamenti e stipendi sempre più bassi per limitare le perdite); abbassano i prezzi degli stock accomulati, per poter smaltire le scorte in eccesso. Ma la gente con sempre meno denaro a disposizione (e con la paura di perdere il lavoro) diminuisce ancor di più i consumi, ridotti all’essenziale. Insomma è il classico serpente che si morde la coda.

Solitamente, per compensare il problema e rilanciare l’economia, si tende in questi casi a puntare tutto o quasi sull’Export onde mantenere livelli occupazionali e produttivi, ponendo un argine alla possibile stagnazione interna.

Ma nel caso della UE sorge un problema devastante…

Serve una moneta competitiva che favorisca le esportazioni. O in alternativa rilanciare i consumi interni, aumentando gli investimenti (pubblici) ed i salari (in pratica generando “debito” e “inflazione”, che nella UE rigorista a trazione tedesca è considerato tabù!).

Un euro assolutamente sovrapprezzato che si scambia a quasi 1,40 sul dollaro, NON è assolutamente competitivo e sul lunga andare strozza le esportazioni, contribuendo contemporaneamente a deprimere i consumi interni.

Risultato concreto è per l’appunto: la STAGNAZIONE del sistema economico con una depressione strutturale, che si traduce in disoccupazione endemica e ripercussioni nefaste sulla c.d. bilancia dei pagamenti.

Se a questo si aggiunge un fortissimo debito interno ai Paesi interessati, la situazione rischia di diventare catastrofica. A maggior ragione se si pensa di risolvere la crisi con un rigore fiscale estremo, all’insegna di una politica di “austerity” che per sua natura comporta già conseguenze recessive sul tessuto economico.

E’ bene precisare che l’attuale crisi economica (che per molti aspetti è persino peggiore alla Grande Depressione del 1929) non nasce da un surplus produttivo, da una carenza di materie prime, o da una crisi dell’industria manifatturiera, o una contrazione del sistema produttivo (che si sta invece verificando ora a causa del c.d. credit crunch)…

La sua origine è prettamente “finanziaria” e nasce Oltreoceano con l’ormai nota crisi dei mutui subprime: l’esplosione della bolla speculativa, che ha scoperchiato la fogna della finanza allegra deiderivati e del “credito facile”.

Detto in maniera molto semplicistica, durante gli anni economicamente felici del clintonismo, a torto o a ragione, si è pensato che l’economia reale non avrebbe potuto espandersi all’infinito. La grande trovata fu di investire risorse e capitali (virtuali) nell’espansione a dismisura del capitalismo finanziario, nella pretesa illusoria che questo avrebbe provocato ricadute a pioggia anche sull’economia reale, con un accesso al credito tendenzialmente illimitato ed una crescita esponenziale del PIL.

Per questo ci fu innanzitutto la cancellazione degli accordi di Bretton Woods, che nella pratica comportarono due effetti all’origine della crisi finanziaria attuale:

Amico mio, mi sento di dissentire in toto. Quegli accordi furono alla base del liberismo post-bellico moderno.

Per non parlare del FMI, il mostro a 188 teste creato per strozzare paesi poveri od in difficoltà.

😉 A scanso di eventuali equivoci, sarà bene precisare che non rimpiango il Trattato di Bretton Woods (che sostanzialmente sanciva l’egemonia USA dopo la II Guerra mondiale).
Tuttavia, gli accordi di B.W. nel bene, e soprattutto nel male, sancivano comunque un sistema di regole condivise ed una regolarizzazione dei flussi di scambio.
Ed è proprio l’attuale assenza di regole sulla circolazione finanziaria dei capitali che io lamento, priva di qualsiasi parametro di riferimento. Probabilmente, il Golden Standard non era certo la migliore delle misure possibili, ma ancorava comunque la circolazione della moneta ad un valore tangibile. E da ciò scaturisce la mia affermazione da te contestata, che è legata alla scomparsa del Trattato e non alla sua applicazione: il “flusso illimitato di denaro”,garantito dall’emissione incontrollata di titoli è appunto una conseguenza della scomparsa del trattato.
A me pare che le amministrazioni USA abbiano usato la scomparsa di B.W. sostanzialmente per esportare la propria inflazione, con una emissione incontrollata di moneta (disancorata da un corrispettivo in riserve auree), utilizzando il nuovo regime di cambi flessibili come una sorta di leva finanziaria e lasciando esplodere il Debito.

Con l’abrogazione di B.W. venivano eliminate quel minimo di regole, ma altresì sono stati lasciati intonsi proprio quei mostri come il FMI e la Banca Mondiale.
Il Trattato di Bretton Woods andava sicuramente revisionato e aggiornato ai tempi, ma non cancellato.

Sendivogius novembre 1, 2013 a 17:42

due effetti all’origine della crisi finanziaria attuale:

1) l’eliminazione di un solido standard di riferimento al quale agganciare il valore del denaro, con un sistema di cambi fissi (e regolati) delle valute;
2) la libera circolazione di capitali, che nel caso della finanza strutturata corrisponde ad un flusso illimitato di denaro, senza reali corrispettivi in moneta (effettivamente stampata) legata all’economia reale e misurabili in prodotti concreti (beni fisici).

Il Ribelle novembre 2, 2013 a 00:58

Attenzione!! Attenzione non è così… il sistema progettato a Bretton Woods era un gold exchange standard, ovvero tutto il denaro stampato doveva avere il corrispettivo in oro. Oggi tutto il denaro in circolazione e quindi stampato, corrisponde a titoli di debito garantititi dagli stati. Ha perso quindi la corrispondenza biunivoca con l’oro.

Sendivogius novembre 1, 2013 a 17:42

La speculazione sulle materie prime (commodities trading), globalizzazione selvaggia e sfruttamento neo-coloniale sono una conseguenza e non la causa.

Altro provvedimento di punta, fu l’abrogazione (sempre sotto la presidenza di Bill Clinton) del Glass-Steagall Act, che poneva una netta separazione tra banche commerciali e banche d’affari, con la conseguenza di provocare un’esplosione degli strumenti della finanza derivata, per giunta piazzati come prodotti finanziari e (finte) “obbligazioni” a milioni di ignari piccoli risparmiatori, che pensavano di investire i propri soldini in titoli sicuri a rendimento concertato.

Il Ribelle novembre 2, 2013 a 00:58

Questa è stata la vera porcheria che farebbe rigirare nella tomba Roosevelt (il Glass-Steagall Act fu decretato sotto la sua presidenza….sempre a Rossevelt andiamo a finire eh??).

E questo, ha una grossa responsabilità di tutto quello che è avvenuto.

Sendivogius novembre 1, 2013 a 17:42

Faccio notare che tanto il Glass-Steagall quanto gli accordi di Bretton Woods (che non era il migliore dei trattati possibili, a partire dalla dollaro-dipendenza dei cambi) rientravano tra i principali provvedimenti, messi in piedi proprio perché non si verificassero MAI più le condizioni per una nuova Depressione come quella del ’29.

E infatti, una volta rimossi, le cose sono andate (quasi) esattamente come 80 anni fa!

scusa, ma l’abbandono degli accordi di Bretton Woods non precede di gran lunga l’epoca Clinton e perfino quella di Reagan, risalendo addirittura a Nixon e al 1971?

o forse ti riferisci a qualcos’altro che non sono riuscito a capire?

Sendivogius novembre 1, 2013 a 20:54

🙂 No, fermo restando l’opinione su Bretton Woods, sono io che scrivendo di getto ho omesso di trascrivere un aspetto basilare legato alla Clinton’s Economy, e che avrebbe dovuto essere il passaggio successivo del ragionamento: l’istituzione delWTO (World Trade Organization) all’origine della moderna “globalizzazione”.

bortocal novembre 1, 2013 a 19:51

totalmente d’accordo invece sul ruolo centrale nel preparare la crisi dell’abrogazione da part di Bill Clinton del Glass-Steagall Act: sappiamo chi dobbiamo ringraziare dell’esplosione incontrollata della spculazione finanziaria, contro la quale, del resto, non è stato fatto nulla di sostanziale tuttora.

a questo punto richiamerei la tua attenzione sul teorema di Stiglitz, http://bortocal.wordpress.com/2013/06/01/231-il-teorema-di-stiglitz-super-ricchi-arricchitevi-ancora-bloccherete-lo-sviluppo/, che stabilisce una correlazione molto stretta, del resto anche intuitiva, tra aumento della diseguaglianza sociale e blocco dello sviluppo.

è evidente infatti che, per rilanciare la domanda, occorre aumentare i redditi di tutti coloro che sono in fondo alla piramide sociale e che non possono fare a meno di spendere quel che ricevono, mentre concentrare la ricchezza ulteriormente nelle mani dei privilegiati significa incrementare ancora la speculazione finanziaria sottraendo risorse al consumo.

al di là di una discussione analitica della tua lettura della crisi, a me pare che il nocciolo fondamentale è questo; per dirla in immagine, se pago un Marchionne 50 milioni di euro l’anno, non posso aspettarmi che li spenda tutti quell’anno in consumi, ma che li destini in gran parte alla sepculazione funaziaria; se invece la stessa somma la uso per aumentare lo stipendio di 5.000 operai di 100 euro al mese una buona parte di questa somma finirà effettivamente in consumi.

il vero problema, però, come dici tu, e come dicevo anche io, è che è diminuita la fiducia nei capitalisti di riuscire a realizzare profitti attraverso le attivitá produttive, e dunque si è pienamente realizzata la centralità distruttiva ed aliena della finanza speculativa come produttrice di profitti.

sottolineo ancora che la deflazione di cui giustamente parli combacia tuttavia con una moderata inflazione monetaria, che comprime a sua volta i consumi.

credo che in parte questa sia la “cattiva inflazione” di cui parlavo io, e che tu hai meglio definito svalutazione.

insomma su questo scenario agiscono anche pesantemente i “limiti oggettivi dello sviluppo”, che sono il vero convitato di pietra della crisi, del quale sembra vietato parlare…

Tornando alle tue osservazioni, nessun investimento o attività produttiva, legata all’economia reale, potrà mai lontanamente rendere tanto ed in così poco tempo, come una speculazione ben riuscita sul mercato finanziario.

La cosa non è necessariamente vincolata alla disponibilità di denaro contante.

Anzi! Come investment traderorganizzato, non c’è nemmeno bisogno di avere la liquidità monetaria per partecipare a quello che in pratica è un “gioco d’azzardo”, basato su ogni tipo di scommessa: dal tasso di cambio alle probabilità di incassare il premio di una polizza assicurativa.

Una delle pratiche più diffuse nell’ambito della finanza strutturata sono le “vendite allo scoperto” (short selling)… In pratica, si ‘affitta’ a giornata (senza doverlo comprare) un pacchetto titoli da una banca o una società di private equity; quindi si scommette sul loro rendimento (a rialzo o ribasso) fissando una cifra di base. Si incassa (o si perde) la differenza, senza dover disporre di un solo titolo, e senza sborsare un quattrino, ma pagando una provvigione minima alla banca d’affari interessata dalla triangolazione.

Questo “giochino”, che ho spiegato in maniera molto maccheronica, lo puoi fare con miliardi di euro, ovvero con 1.000 euro dal pc di casa. E guadagnare anche 200 volte tanto. Ma nella realtà, di tuo, rischi poco o nulla, senza mettere un solo quattrino sul tavolo. Sono come le banconote del monopoli.

mmmm…..mmmm…amico mio…un po’ di fantaeconomia….quando vuoi fare quei giochini i soldi sul piatto li devi mettere eccome….ed il tasso di rischio è esiste ed è rilevante. Se non hai capitali da giocare, se hai mille euro, te li puoi giocare al Casinò ma in borsa non ci fai nulla….

Sendivogius novembre 1, 2013 a 20:54

Tuttavia, se vuoi, se punti come ribassista, ci puoi mandare a gambe all’aria anche la più florida delle industrie quotate in borsa. A prescindere dalla qualità e dalla tenuta di mercato dei suoi prodotti.

Il Ribelle novembre 2, 2013 a 01:13

Questo lo possono teoricamente fare grossi gruppi bancari (tipo JP Morgan), ma rischierebbero anche loro e devono avere un motivo finanziariamente valido per farlo.

Un attacco di questo tipo è stato fatto ai danni dell’Italia nel novembre del 2011 e speculando sulla nostra pelle ci hanno guadagnato eccome…

Sendivogius novembre 1, 2013 a 20:54

Per quanto riguarda la deflazione, è l’esatto contrario dell’inflazione.

Dove c’è l’una, non sussiste l’altra.

Le oscillazioni al ribasso del tasso di inflazione rientrano invece in ciò che comunemente viene detta disinflazione, che però è un fenomeno positivo ed una condizione economica ottimale.

a me pare che nella speculazione finanziaria moderna o meglio post-moderna si sia riusciti benissimo a creare due società parallele caratterizzate da una sostanziale diseguaglianza di posizioni.

il cittadino comune per speculare deve essere in possesso di denaro reale.

alle istituzioni finanziarie è invece consentire di usare denaro virtuale e di guadagnare denaro vero anche usando denaro inesistente. 😦

Semplice, ma vero.

Sottoscrivo in pieno!

bortocal novembre 2, 2013 a 21:20

a Il ribelle

mi concentro ovviamente sui punti di dissenso :), contento per le altre consonanze:

1. “questo determina un impoverimento generale di tutte le valute mondiali……che produce una svalutazione tendenziale di tutte le monete del mondo”. Questo non è possibile. La svalutazione è sempre relativa. Di solito si relaziona agli USD”.

questa affermazione mi sembra un poco dogmatica: l’osservazione empirica di una riduzione del potere di acquisto di qualunque moneta è molto facile.

se mia nonna un secolo fa poteva comperare un paio di scarpe con una lira per la quale oggi occorrono 50 euro, cioè l’equivalente circa di 100.000 lire, questo non significa forse che, RISPETTO ALLE SCARPE, cioè alla merce acquistabile, il valore di quella moneta si è svalutato 100.000 volte?

e questo non è soltanto un fatto italiano locale, ma anche con un dollaro di oggi non puoi acquistare l’equivalente di quel che potevi un secolo fa: ne occorrono molti di più.

la perdita generale del valore di tutte le monete (sia pure in misura a volte diversa) rispetto alle merci è un fatto osservabile, del quale si potrebbe anche dare qualche spiegazione economica.

lo stratagemma di fissare una moneta di rifermento serve a depurare la inflazione generale dalla quota parte che vi ha la “svalutazione” della moneta e delle monete di cui parlava sendivogius.

ma probabilmente sbaglio: niente paura, correggimi pure di nuovo…

Aspetta un attimo….Attento!! Stai mischiando Inflazione e Svalutazione. Quello di cui tu parli è l’INFLAZIONE. Come abbiamo detto i due concetti si intersecano ma sono sostanzialmente diversi.

Non è dogmatico: La svalutazione, si riferisce SEMPRE rispetto a valute di riferimento, l’inflazione rispetto al costo e al prezzo dei prodotti.

bortocal novembre 2, 2013 a 21:20

2. “A mio avviso i dati a disposizione, i modelli matematici e le teorie a supporto, non riescono a fornire dati sufficientemente attendibili ed accurati, per giungere ad una simile conclusione.

– hai ragione tu, ma forse non ho torto io.

la teoria economica in effetti, per come è andata definendosi accademicamente e come dici tu, non è in grado di fare queste previsioni; questo significa soltanto che non è più molto in grado di occuparsi della realtà e di prevederla a livello macro-enomico, e bisogna guardarsi attorno.

p. es.: bozze esaminate con attenzione (in Germania) del prossimo rapporto dell’IPCC: siamo dentro una forbice fra diminuzione progressiva delle risorse alimentari determinato dal riscaldamento globale e aumento della popolazione mondiale.
http://www.spiegel.de/wissenschaft/natur/uno-entwurf-klimawandel-sorgt-fuer-weltweite-nahrungsnot-a-931390.html

i prezzi dei prodotti alimentari sono quindi destinati ad aumentare rapidamente, in particolare quello della carne – del resto uno dei modi di sfuggire a questo problema sarà l’ampia diffusione di diete vegetariane…

un caso tipico di “svalutazione” globale delle monete, direi, tornando al punto precedente.

Il Ribelle novembre 5, 2013 a 11:14

Sempre di Inflazione si parla….

bortocal novembre 2, 2013 a 21:20

3. su questo punto mi pare che tu abbia dimostrato soltanto che può crescere all’infinito l’espressione monetaria del PIL, ma non il PIL in se stesso.

stiamo girando in vario modo attorno alla stessa questione.

se la produzione agricola reale cala e i prezzi dei prodotti agricoli aumentano più del calo della produzione perché la domanda cresce, possiamo dire che allora la produzione agricola è aumentata solo perchè è apparentemente aumentata in termini monetari ?

Gli indici di produttività si normalizzano rispetto alla moneta ed al prezzo, per cui riesci in effetti a valutare realmente la produttività.

Altrimenti uscirebbe fuori che le merci esportate dalla Cina sono scarse…ma sappiamo che non è così. Quindi gli strumenti per misurare e valutare ci sono e funzionano bene.

è probabile che io abbia frainteso la tua prima spiegazione sulla differenza tra “svalutazione” di una moneta e “inflazione”.

vediamo se adesso ho capito bene: tu dici che la svalutazione si riferisce strettamente ai rapporti di cambio fra monete diverse e che invece l’inflazione è il fenomeno generale di perdita di valore delle monete in generale.

è così?

Il Ribelle Dice: novembre 8, 2013 a 15:37

Perfetto.

bortocal novembre 2, 2013 a 21:20

i due fenomeni, ovviamente, non sono rigidamente separabili l’uno dall’altro, dato che la svalutazione o rivalutazione di una moneta rispetto alle altre produce effetti ovvi anche sul processo di inflazione nel paese che la usa.

tu insomma dici che un processo di inflazione, cioè di perdita progressiva di valore delle monete in generale è necessaria per fare funzionare bene l’economia.

Il Ribelle Dice: novembre 8, 2013 a 15:37

Deve essere perdita sempre contenuta e controllata. Le nostre economie funzionano così, se bene o no non lo so. Per bloccare questo processo non dovresti più stampare moneta.

bortocal novembre 2, 2013 a 21:20

ma perché? forse per impedire che il capitale accumulato ristagni improduttivamente e costringere tutti a metterlo in circolo per paura della perdita del suo valore?

Il Ribelle Dice: novembre 8, 2013 a 15:37

A questo non ho mai pensato. Ma forse sì…costringe chi ha un sacco di soldi…a farli circolare in qualche modo e non tenerseli al caldo…quindi pagherà tasse e quant’altro e contribuirà alla redistribuzione.

Comunque considera che questo processo, quando presente crescita del PIL fa diminuire il debito pubblico (sempre come rapporto Debito/PIL)

Fra 10 anni se l’Italia tornerà a crecere e terrà sotto controllo i conti, il debito di 2000 miliardi di Euro sembrerà contenuto.

Magia? No. E’ la funzione dell’inflazione buona…un pò come il colesterolo buono e quello cattivo…

bene, adesso ci siamo chiariti, pare.

da un lato c’è l’inflazione, di per se stessa buona, se moderata, che rappresenta una specie di “freccia del tempo monetaria” che indebolisce il peso del passato (svaluta il valore reale dei debiti, ad esempio) e valorizza il futuro, costringendo a movimentare i capitali per non lasciarli svalutare, e dunque agisce come stimolo all’attivitá economica.

è l’inflazione che del resto colpisce anche i redditi fissi e valorizza i redditi che nascono dall’attività economica diretta…

dall’altro ci stanno le svalutazioni delle monete nei loro rapporti fra loro, che però – e qui non vorrei sbagliare di nuovo – in fondo non fanno altro che misurare l’andamento relativo dell’inflazione nei diversi paesi, penalizzando con una svalutazione relativa della loro moneta quelli dove l’inflazione è troppo forte.

ma se è così, la svalutazione è soltanto la faccia particolare e locale che l’inflazione assume in una particolare area monetaria, non è un fenomeno propriamente distinto.

Il Ribelle Dice: novembre 11, 2013 a 09:40

In parte quello che scrivi è vero in parte no.

mi spiegherai meglio il tuo punto di vista, se e quando vorrai.

bortocal Dice: novembre 8, 2013 a 18:41

l’inflazione è peraltro anche in relazione al gioco della domanda e dell’offerta dei beni.

una carenza di offerta di beni indispensabili produce un aumento dei loro prezzi e dunque contribuisce all’inflazione.

tu dici che non è possibile vedere così lontano, ma non sono convinto che l’Italia riprenderà a crescere se con questo intendiamo ulteriore sviluppo quantitativo della produzione.

siamo entrati da qualche tempo bell’era della stabilizzazione mondiale: la popolazione tenderà a stabilizzarsi attorno alla cifra di 9 miliardi di persone e anche i consumi, dal punto di vista quantitativo, tenderanno a raggiungere un livello globale standard di consumo di risorse.

a questo punto l’incremento del PIL dovrà necessariamente spostarsi sulla qualità dei prodotti,e qui la crescita è legata soprattutto al fattore della qualità dell’istruzione di un paese, a mio parere…

quindi, al momento, per l’Italia la vedo dura…

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One thought on “il ribelle: inflazione e svalutazione.

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