il precariato, visto dalla parte di Swann.

swann matassa, Sull’esperienza del blogging, sulla rabbia, sulla disillusione

sono il primo?

allora dico, da sessantacinquenne, che non avevo ancora letto un testo capace come questo di farmi capire che cosa passa per la testa di un ragazzo d’oggi (e scusa il “ragazzo”, ma dipende dal punto di osservazione…).

anche io sono stato un giovane, un uomo e anche un uomo maturo intransigente: questo mi ha procurato un sacco di casini, alcuni davvero allucinanti, ma non mi ha impedito una vita professionale positiva e realizzata.

così intransigente da rifiutare quarant’anni fa di provare a inserirmi in università, dato che non mi piaceva l’ambientino degli assistenti porta-borse.

e con ciò? però credo che la differenza che non riuscirò mai a introiettare del tutto è che allora potevi SCEGLIERE che lavoro fare, e adesso questa libertà di scelta non c’è più, per cui l’intransigenza diventa veramente temeraria.

chapeau a chi tiene la schiena diritta, dunque.

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swann matassa ha detto: 2 gennaio 2014 alle 20:37

innanzitutto grazie per il “ragazzo” :)

io non lo so qual è la soglia accettabile di compromesso e qual è la prova vera da affrontare per poter dire di aver tenuto “la schiena dritta”.

il rischio, nel primo caso, è di spostare l’asticella sempre un po’ più in alto, e ritrovarsi nel tempo a non riconoscersi più nelle foto (interiori) di qualche anno prima…

questa idea mi terrorizza, motivo per cui continuo a mettere la mia coscienza sotto la lente d’ingrandimento, e non è un bel vedere.

ma va fatto.

un’altra cosa che credo è che non bisogna avere paura delle emozioni negative, bisogna accettarle, affrontarle.

avere paura è sano, soffrire è sano, fa parte della nostra natura, ci mantiene vivi.

uno dei motivi per cui le nostre esistenze sembrano sempre più “di plastica” è perché, in qualche punto della nostra storia, ci siamo convinti di poter usare l’ingegno per bypassare la sofferenza.

e qui veniamo al secondo punto, quello della “schiena dritta”.

quanta sofferenza ci costano le rinunce, quanta invece ce ne costa il prezzo che paghiamo per evitare di dover fare rinunce?

ecco, a questa domanda possiamo provare a rispondere solo se riteniamo ancora che l’etica abbia un senso, se conserviamo ancora una coscienza.

per ora, io mi batto per questo, il resto verrà, torneremo a porci domande, proveremo a rispondere.

intanto, il wwf dovrebbe salvaguardare l’etica, è in via di estinzione.

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a questo punto sono andato a leggermi il tuo profilo, per conoscerti meglio.

e mi sono detto: cavoli, che vita interessante.

quindi vorrei provare a fare una polemica positiva: dai, smettetela di piangervi addosso, nuova o quasi nuova generazione.

noi a vent’anni o giù di lì trovavamo il posto fisso, d’accordo: ma questo significava anche fossilizzarsi precocemente in un ruolo e precipitare in un mondo chiuso.

voi avete il precariato, ma io ho cominciato a muovermi nel mondo molto tardi.

alla fine chi dice che nella vostra precarietà non ci siano anche le premesse di una ricchezza di esperienze che noi non ci sognavamo nemmeno?

e non è che forse proprio questa maggiore mobilità reale vostra diminuisce l’importanza di quella mentale che portava la nostra generazione a battersi invano collettivamente contro la conservazione?

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swann matassa ha detto: 2 gennaio 2014 alle 22:52

Vado contro me stesso: quanti profili poco interessanti hai letto?

Non dico che mi sono disegnato ad hoc per sembrare figo, però dietro ci sono progetti, speranze, spesso vane.

Faccio un esempio: una delle esperienze più significative che io abbia fatto è stato il volontariato di ricerca in Islanda. Ci sono andato perché era un’esperienza che volevo fare, ma anche perché speravo che potesse aprirmi delle porte. Per motivi economici, non ho potuto permettermi di rimanerci per più di 2 mesi, e, sebbene abbia parlato con ricercatori di lì e mi sia messo in contatto con un gruppo di ricerca norvegese, alla fine l’esperienza è tutto quello che mi è rimasto. Lo rifarei? Sì, certo. Ma quando l’esperienza è tutto quello che ti resta ad ogni giro di giostra e la giostra gira per anni, la faccenda si fa un po’ pesante.

Ma io capisco benissimo quello che vuoi dirmi, e ti ringrazio. Solo che la serenità di “cogliere la rosa nella croce”, come diceva Hegel (spero di non dire fesserie), ci fa decisamente difetto. Anche in questo siamo rimasti incompiuti: come degli adolescenti, siamo incapaci di un equilibrio umorale.

Per questo mi fa veramente incazzare quando poi invece vogliamo fare i “saggi”, i “pragmatici”, i filosofi del “meno peggio”, perché crediamo che la morale di questa favola sia che la realtà è crudele, perciò bisogna essere cinici.

Vorrei che avessimo il coraggio di giocare e rischiare, per cambiare. Di perdere, anche, se ha ragione chi dice che non abbiamo chance di vincere. Ecco, io voglio perdere!

Voi vi battevate invano, dici, ma vi battevate. Preferirei così, davvero.

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no, il tuo è davvero uno dei più interessanti: forse racconti soltato più cose di te, non so, comunque ho provato una punta di invidia; del resto anche i miei figli hanno una vita molto più movimentata della mia alla loro età: è vero che il precariato e l’improvvisazione sono un po’ la caratteristica con cui devono convivere, però che freschezza e ricchezza di esperienze!

tornando a noi, anche se il tuo profilo non fosse niente di speciale, la gente che scrive nel blog è di per se stessa un po’ speciale, mica è l’italiano medio, e anche se tu non fossi speciale qui, resteresti sempre speciale nella realtà.

e anche questa possibilità di crearsi un gruppo di relazioni virtuali con persone quasi sempre straordinarie a me pare una possibilità nuova che ci è stata data, di cui io ho imparato a usufruire solo dopo i cinquant’anni, ma voi ci siete vissuti dentro.

certo, ci sono contropartite negative, i rapporti sono più effimeri; ma gli stimoli mentali e l’arricchimento personale lo trovo semplicemente eccezionale.

come hai capito benissimo sto soltanto cercando di mettere in luce il buono che può esserci, non di criticare.

certo, c’è la precarietà, e ci sono le limitazioni economiche: trovo più grave la prima che le seconde; forse mi aiuta avere vissuto i primi anni della mia vita nel mondo delle privazioni post-belliche e dunque avere avuto un imprinting per niente consumista; quando il denaro diminuisce, diminuisco i consumi; la cosa non mi pesa.

forse un aspetto problematico della vostra generazione è invece di esservi abituati a non poter rinunciare a consumi che a me non appaiono per niente primari?

non so; temo di avere assunto l’aria dell’uomo maturo che fa la predica, ma non è nelle mie intenzioni: sto solo cercando di capire meglio.

sulla mia generazione, a differenza di te, io sono invece molto critico: la maggior parte delle nostre lotte erano sbagliate: la colpa è stata piuttosto della generazione precedente che nostra, perché abbiamo seguito chi ci sembrava più aperto al futuro, ma la maggior parte di noi si sono scelti dei maestri sbagliati.

abbiamo lottato cambiando il mondo (per fortuna!) dove non era nei nostri obiettivi e però non abbiamo saputo impedire la deriva dagli anni Ottanta in poi: eravamo già stati emarginati per l’estremismo e lo spirito dottrinario.

è stato effettivamente bellissimo soggettivamente quel movimento collettivo che ci ha portato a sfidare l’ordine costituito, a finire in Tribunale, a cercare di combattere contro i pregiudizi; ma i pregiudizi hanno vinto contro di noi, anche perché non avevamo davvero imparato a vincerli o forse perché un modo per vincerli non esiste neppure.

non rimpiangere un collettivo di illusi che si sono riempiti la testa di idee astruse e hanno perso il contatto con la realtà, lasciandola nelle mani dei profittatori più cinici.

siamo stati dei perdenti: le vostre pene di figli sono i nostri errori di padri.

con questo non dico affatto che si debba essere cinici per essere saggi: dico che essere saggi significa non essere dogmatici né dottrinari: guardare al passato per rimettere insieme una voglia di gruppo di migliorare le cose, ma senza ripetere certi errori.

(scusa il predicozzo; dev’essere l’età che fa assumere, senza eppure volerlo, questo tono… :) )

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No no, altroché, mi piace molto questo dibattito.

Sicuramente non c’è una generazione perfetta e molti dei miei coetanei sono fortemente critici verso la generazione dei loro padri perché li ritengono responsabili.

Ma la cosa peggiore è che nel piangerci addosso noi non ci stiamo preoccupando affatto, invece, di quello di cui, a nostra volta, saremo responsabili nei confronti dei nostri figli. Non ci siamo mai detti: noi siamo fottuti, ma proviamo a porre delle basi per cui non debbano per forza essere fottuti anche i nostri figli.

Come ho già avuto modo di dire altrove, ho già sentito qualcuno dire: alle prossime elezioni voto Renzi, sarà la stessa cosa degli altri, ma almeno è nuovo…

Giuro, mi vengono i brividi, è veramente facile fregarci: basta mettere un volto nuovo davanti a una cosa vecchia, e noi ce la beviamo. Se Clark Kent si togliesse gli occhiali e s’infilasse una tuta, ci chiederemmo davvero, come nei film, “ma chi sarà mai?”

Per tornare al mio caso specifico, devo darti ragione su un punto: la mia vita era molto più varia ed interessante prima che trovassi un minimo di continuità in uno stesso progetto lavorativo.

Ma la cosa non avrebbe potuto funzionare all’infinito: finivo sempre col tornare sulle spalle dei miei genitori, e con gli anni molte opportunità mi sarebbero state comunque precluse (anche il volontariato in Islanda o i lavori estivi a Lampedusa, fino a che età li puoi fare?).

Quindi sì, il precariato funziona, ma solo per un periodo limitato. Quando è condizione cronica, non c’è lato positivo che tenga.

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ritorno su questo post dopo un paio di giorni, a riprendere la discussione interrotta, sia perché la misura che ha sul tuo blog la lunghezza della coda dei commenti era esaurita, sia perché mi andava di leggere altri interventi, e direi che ne valeva la pena, perché il tuo post è stato giustamente apprezzato.

riprendo dicendo che Galimberti spara cavolate, e non mi meraviglia, direi perfino che è il suo mestiere: altro che generazione perduta, come si permette di spargere fango su di voi? lo trovo un modo subdolo di demotivare chi deve sostituirci, invece.

ho tre figli dai 25 ai 40 (anzi, dai 27 ai 35) e sono tre splendide persone che hanno vissuto anni nel precariato, soffrendo la condizione con giusta misura, poi, almeno i primi due, ne sono usciti, a condizioni che giudico profondamente ingiuste economicamente; però direi anche che fa parte della struttura sociale di questo paese conservatore e bigotto che gli anziani abbiano troppo potere, anche nella vita comune; e dunque, facendo una analisi sociologica della situazione italiana, direi che occorre farsene una ragione e non un complesso psicologico: non c’è niente di male ad essere aiutati dai genitori (se ovviamente possono): per me è un piacere, del resto, rendermi utile ai miei figli, e mi aiuta a sentirmi vivo.

condivido con te che il precariato non può durare una vita intera; però a me pare che almeno fino ai 30-35 anni possa essere un modo di vita perfino positivo ed eccitante: essere i clerici vagantes della nuova conoscenza.

e poi? poi, se non si trova in Italia, e si sanno fare delle cose, non avere paura di andarsene, direi: il mondo offre molto, lasciandosi questo paese alle spalle,

– su Renzi, come condivido quello che hai scritto!: ora che il Partito Democratico si è identificato con questo nuovo omino televisivo di plastica, non ci dovrebbe restare che scegliere, secondo loro, fra tre personaggi equivalenti: Berlusconi, Grillo e Renzi.

mi rifiuto, come te! :)

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un sacco di spunti ancora!

su galimberti: vedo che c’è chi lo ama e chi lo odia. nessuna intenzione di difenderlo, ma in quell’intervista non mi pare denigrasse in alcun modo la mia generazione. parlava di “generazione perduta” nel senso che non avremo mai nulla di solido costruito, che, per esempio, in linea di massima, non percepiremo mai una pensione.

http://wisesociety.it/incontri/umberto-galimberti-ecco-perche-non-possiamo-fare-la-rivoluzione/#capitolo1

dal punto di vista del genitore, non c’è niente di male ad aiutare i figli, ma i figli vogliono camminare con le loro gambe. così come ai genitori, quando alla fine capita che non siano più indipendenti, non piace gravare sui figli…

il peso vero è dato dalla mancanza dell’alternativa. ora che lavoro e ho una casa, non mi vergogno a “fare provviste” a casa di mammà la domenica, da bravo figlio del sud, mentre quando non potevo riempire un piatto da me, e anzi non avevo un piatto da riempire, la cosa mi frustrava.

sugli aspetti positivi del precariato: è una condizione che in qualche modo ci ha obbligato a invertire la tendenza italiana a rimanere eccessivamente legati alle proprie origini, a non integrare la propria formazione con esperienze esterne.

ma il modo con cui è avvenuta questa inversione è sbagliato: sarebbe come se un uomo grasso dimagrisse per malattia, piuttosto che per aver capito che deve mangiare meglio e fare esercizio fisico; il dimagrimento non sarebbe “sano”.

infatti, non essendo avvenuto il fenomeno attraverso un’evoluzione culturale, non esiste un sistema di rientro delle forze andate a migliorarsi all’estero, né uno scambio dinamico con forze venute a lavorare in italia dall’estero. anche economicamente, questo significa che il nostro paese investe per la nostra formazione, e poi regala questo investimento a qualcun altro…

fino ai 30-35 anni questa condizione può essere addirittura funzionale, sì. poi?

io ho appena compiuto 34 anni, in effetti ogni contratto che firmo potrebbe essere l’ultimo, e se questa cosa avverrà fra due anni, nell’ambiente potrò tranquillamente definirmi “vecchio”.

e, a proposito dei clerici vagantes, bada che questa condizione di incertezza scoraggia anche un bel po’ il pensiero libero, che aggiunge rischio al rischio…

sulla politica italiana, per aggiungere qualcosa, dovrei prima prendere un antiacido. perciò prendo tempo

grazie ancora per la riflessione, eh, e anche per aver aggiunto qualche nota di positività, che non deve mai mancare, comunque.

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bortocal ha detto: 4 gennaio 2014 alle 20:27

rischiamo di divagare, anche perché sul punto essenziale, grazie alla tua sintesi efficace, mi pare che si sia trovato un punto di convergenza molto ampio; qualche accentuazione in positivo da parte mia fa parte del ruolo del saggio che viene spontaneo provare ad assumere ad una certa età.

osservo piuttosto che ai miei tempi i saggi e inascoltati uomini maturi consigliavano a noi di moderare la foga; oggi ci tocca chiedervi di moderare il pessimismo. :)

chiudo quindi con qualche nota non del tutto pertinente su Galimberti, prima in generale, poi ritornando al tema.

lo leggevo tanti anni con interesse, che è via via calato, notando una sua ripetitività abbastanza inconcludente; oggi risulta discutibile nei comportamenti professionali per il cattivo vezzo del plagio; a lui è andato molto meglio che al prof. Corradini Broussard, universitario condannato in tribunale per questo: avere utilizzato il lavoro di un’allieva senza citarlo, uso comunissimo peraltro nelle università italiane.

nel mondo tedesco, a cui resto collegato, questo segnerebbe la fine di ogni credibilità pubblica del personaggio: tre ministri sono stati fatti dimettere da una associazione specializzata nella ricerca dei plagi nelle tesi di laurea; in Italia si alza le spalle e via.

Galimberti qui parla del Sessantotto, a cui si guardò bene dal partecipare, rappresentandolo come un “aspro confronto fra grandi industriali e operai”: trovo la frase sfuocata, opportunista ed irritante: il Sessantotto fu molto più di questo.

sostenere che “ci è venuta a mancare la controparte”, perché c’è “il sistema della finanza di cui nessuno capisce niente” è un’altra stupidaggine: ci si metta a studiare la finanza, se non ci si capisce (anche se non è poi così difficile…) – come si faceva nel Sessantotto, dove nei gruppi di militanza politica ci si faceva due palle così a studiare l’economia.

voi siete una “generazione perduta e senza identità” – quasi quasi sta per scappargli “bamboccioni”, perché non potete “comprare casa, accendere un mutuo, sposarsi e fare dei figli”?: oh esaltazione del modello di vita borghese! – e che, occorre comperare una casa e fare un mutuo per sposarsi?

su un punto ci si ritrova: dove dice che è la famiglia che sostiene questa generazione, ed è vero.

ma poi come la descrive, questa situazione!: “i genitori mantengono i figli e i figli erodono la ricchezza accumulata da nonni e genitori”.

squallido e falso – lo dice uno che a marzo ha donato tutte le sue proprietà immobiliari ai figli: dovrei concepirlo come una loro erosione della ricchezza accumulata dalle precedenti generazioni? ma dai, tocca a loro adesso impegnarsi a far fruttificare quello che hanno, come a suo tempo è riuscito ai miei nonni (in realtà ad uno solo, l’altro…), a mio padre e a me: la vita continua, per diamine.

secondo Galimberti, “È sufficiente che indiani o cinesi mangino una ciotola di riso in più perché noi si debba diminuire i consumi e il tenore di vita”.

ma dai, e perché?

Galimberti dice una cosa giusta, astrattamente, quando parla del passaggio ad un modello di vita non più centrato sui consumi materiali; ma come lo dice!

snatura il concetto: “dobbiamo regredire, spendere meno, consumare meno, abituarci a un basso tenore di vita”.

questo grande progresso nei comportamenti lui lo chiama “regredire”.

già, perchè secondo questo seminatore di interessato scoraggiamento, “qualsiasi atto rivoluzionario compiuto in piazza o nel segreto della cabina elettorale non potrà cambiare le cose”.

e chi lo dice?

“La rivoluzione è impossibile (…) perché manca un nemico da combattere”.

il nemico non manca, se sappiamo riconoscerlo: uno, minore, è Galimberti e chi la pensa come lui, seminatore di sfiducia professionale.

ops – ecco un mio post contro Galimberti, nato dallo sdegno…

grazie di avermelo suggerito.

ma, come vedi, siamo rientrati in argomento.

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